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Food for thought: Gaetano Afeltra

8 Feb

 

Intanto crescevo con la pazienza e la tenerezza di Maddalena e la severa vigilanza della mamma che aveva capito – ma mal sopportato – quella che lei chiamava la “fissazione” di Maddalena per me. Miscuglio di sentimenti e di risentimenti, gelosia e comodità. Del suo lavoro di prima Maddalena non aveva più voglia.

A settant’anni passati il lavatoio le pesava. Riceveva come mensile diciotto lire e mangiava mattina e sera da noi. Tutti però sapevano che quando non le andava, poniamo, una certa minestra, si portava via il pranzo. Accendeva il fornello, che teneva appoggiato su una piccola lastra di marmo per non danneggiare il pavimento della camera e si cucinava uno di quei piatti che amava fare a suo modo, con alcuni ingredienti: pasta e fagioli, stocco e patate, zuppa di ceci, tutte squisitezze della più fantasiosa e gustosa cucina popolare. Nessuno più di una serva si stanca delle pietanze dei signori.

 

Gaetano Afeltra, Com’era bello nascere nel lettone, Rizzoli, Milano, 1991.

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Food for thought: Federico De Roberto

21 Gen

Finito di dare ordini alla servitù, Baldassarre aveva adesso un altro gran da fare, poiché cominciavano a venire ambasciate dei parenti più lontani, degli amici, dei conoscenti che mandavano ad esprimere le loro condoglianze e a prendere notizie dei superstiti. Il maestro di casa riceveva nell’anticamera dell’amministrazione le persone di riguardo, lasciando al portinaio i servitori; ma parecchi fra questi portavano i regali funebri: vassoi pieni di dolci, di forme di marmellata o di cioccolata, di frutta candite, di pan di Spagna, di bottiglie di moscato o di rosolio, e allora Baldassarre si faceva in quattro per riporre quella roba, e annunziare i doni ai padroni, e ringraziare i donatori, e dare udienza ai sopravvenienti.

La cugina Graziella, con le chiavi delle credenze alla cintola, faceva da padrona di casa, per risparmiare la principessa; il cavaliere don Eugenio dava anch’egli una mano, e quantunque i lavapiatti che lavoravano come domestici protestassero: “Lasciate fare a noi”, egli vuotava i vassoi da restituire, trasportava la roba nella sala da pranzo e tratto tratto si ficcava in tasca una manata di dolci.

Federico De Roberto, I viceré, Feltrinelli, Milano, 2011.

Food for thought: Agota Kristof

15 Gen

 

Lucas dice:

– Forse. Vado a preparare il pranzo e mangeremo insieme. Anch’io non mangio da molto tempo. […] Con lei forse ci riuscirò.

Va in cucina e accende il fuoco, mette a lessare la gallina con le verdure. Prepara la tavola, apre la bottiglia di vino.

Il curato arriva in cucina:

– Glielo ripeto, Lucas, non posso più pagarla.

– Dovrà pur mangiare.

– Sì, ma non ho bisogno di questo banchetto. Un po’ di patate o di granoturco mi basterebbero.

Lucas dice:

– Mangerà quello che le porterò e non parleremo più di soldi.

– Non posso accettare.

– E’ più facile dare che ricevere, vero? L’orgoglio è peccato, padre.

Mangiano in silenzio. Bevono del vino. Lucas non vomita. Dopo cena lava i piatti. Il curato torna nella sua stanza. Lucas lo raggiunge:

– Adesso devo andare.

– Dove va?

– Cammino per le strade.

– Potrei insegnarle a giocare a scacchi.

 

Agota Kristof, Trilogia della città di K., Torino, Einaudi, 1998.

Food for thought: Amos Oz

9 Gen

Papà uscì quel giorno alle sei e mezza del mattino per andare a prendere il giornale e vide per primo la scritta sotto la finestra della cucina. Poi, durante la colazione, mentre spalmava della marmellata di lamponi su una fetta di pane nero, ficcò bruscamente il coltello dentro il barattolo di confettura quasi con tutto il manico e disse con la sua voce misurata:

“Magnifico. Che bella sorpresa. A che cosa dobbiamo questo grande onore?”

Mamma disse:

“Non tormentarlo così di prima mattina. Ci sono gia gli altri bambini che provvedono a farlo”.

Papa era vestito color kaki, come quasi tutti gli uomini del quartiere a quell’epoca. I gesti e la voce erano quelli di un uomo inequivocabilmente dalla parte della ragione. Tirò fuori dal fondo del barattolo in punta di coltello un grumo denso di confettura, lo spalmò equamente sulle due metà della sua fetta di pane, e proseguì:

“La verità è che di questi tempi la parola traditore si usa troppo, e con troppa leggerezza. Che cosa significa, in fondo ‘traditore’? Ovvio. Una persona senza onore. Una persona che di nascosto, dietro le spalle, per qualche discutibile profitto, aiuta il nemico a danno del suo popolo. Quando non nuoce alla propria famiglia o agli amici. Piu spregevole persino dell’omicida. Ora finisci di mangiare il tuo uovo. In Asia la gente muore di fame, dice il giornale”.

 

A. Oz, Una pantera in cantina, Milano, Feltrinelli, 2010.

Food for thought: Niccolò Ammaniti

4 Dic

Per capire perché Graziano Biglia decise di tornare proprio il 9 dicembre, dopo due anni d’assenza, a Ischiano Scalo, il luogo dove era nato, dobbiamo risalire un po’ indietro nel tempo.

Non tanto. Sette mesi prima. E dobbiamo fare un salto, dall’altra parte dell’Italia, sulla costa orientale. E precisamente in quella zona chiamata riviera romagnola. L’estate sta cominciando. E’ un venerdì sera e siamo al Carillon del mare (detto anche il Calzino del Mario per via della puzza che produce il cuoco casertano), un ristorantino economico sulla spiaggia, a pochi chilometri da Riccione, specializzato in piatti di pesce e gastroenterite batterica.

Fa caldo, ma dal mare spira un vento leggero che rende tutto più sopportabile.

Il locale è affollato. Soprattutto stranieri, coppie di tedeschi, olandesi, gente del Nord. Ed ecco Graziano Biglia. Appoggiato al bancone del bar, si sta scolando il suo terzo Margarita. Pablo Gutierrez, un ragazzo scuro, con la frangetta e una carpa tatuata sulla schiena, entra nel locale e gli si avvicina.

“Cominciamo?” domanda lo spagnolo.

“Cominciamo.” Graziano guarda il barista con un gesto d’intesa, quello si piega sotto il bancone, tira fuori una chitarra e gliela passa.

Questa sera, dopo tanto tempo, ha di nuovo voglia di suonare. Si sente ispirato.

 

N. Ammanniti, Ti prendo e ti porto via, Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1999.

Illustrazione: Mario Gambedotti – Balera

Food for thought: Rainer Maria Rilke

17 Nov

Mela rotonda, pera e banana,

uva spina… Tutto questo parla

vita e morte nella bocca… Io lo sento…

Leggetelo nel viso di un bambino,

che le assaggia. È un sapore che viene da lontano.

Non vi si sfanno, lentamente, i nomi nella bocca?

Dov’erano parole, ora scoperte scorrono,

sorprese, liberate a un tratto dalla polpa.

Provate a esprimere ciò che chiamate mela.

Questa dolcezza che prima s’addensa

per poi al gusto, adagio, alleggerendosi,

farsi limpida, desta e trasparente,

di sole e terra, duplice, una cosa di quaggiù – :

Oh esperienza, contatto, gioia – immensa!

R. M. Rilke, Poesie, trad. Giacomo Cacciapaglia, Einaudi, Torino, 2000

Food for thought: Richard Sennet

5 Nov

 

“Fare i fornai al computer ha profondamente cambiato le cadenzate attività fisiche del lavoro.

Adesso di fornai non entrano in contatto fisico con la materia prima o con le pagnotte, ma controllano tutto il processo attraverso icone su schermi che, per esempio, presentano immagini del colore del pane derivate da dati sulla temperatura dei forni e sul tempo di cottura; pochi fornai vedono davvero il pane che sfornano. I loro schermi di lavoro sono organizzati nel familiare sistema Windows: in uno di essi appaiono per esempio icone per numero di tipi di pane molto maggiore rispetto a quelli che venivano preparati in passato: pagnotte all’italiana, alla francese o alla russa, tutte richiamabili toccando lo schermo. Il pane è diventato un’immagine su uno schermo.

Una delle conseguenze di questo sistema di lavoro è che i fornai non sanno più come fare il pane. Il pane prodotto automaticamente non è un capolavoro di perfezione tecnologica; le macchine spesso non forniscono dati corretti su quel che sta lievitando al loro interno e, per esempio, non riescono a calcolare con accuratezza la crescita dovuta al lievito o il colore che avrà davvero la pagnotta. I lavoratori possono armeggiare con gli schermi in modo da correggere in parte questi problemi ma non sono in grado di riparare le macchine o, cosa ancora più importante, di fare davvero il pane attraverso controlli a mano, quando l’impianto si blocca (cosa che succede fin troppo spesso). Sono lavoratori dipendenti dal programma e non sono in grado di avere conoscenze concrete. Per loro il lavoro non è più leggibile, nel senso che non possono capire ciò che stanno facendo”.

 

R. Sennett, L’uomo flessibile, Milano, Feltrinelli, 1999.